Lo schema del Decreto legislativo

Cari Amici,

benvenuti a tutti Voi all’Assemblea dell’Unioncamere.

Ringrazio anzitutto il Presidente Sangalli per l’ospitalità che oggi ci offre e per l’accoglienza che ci ha riservato qui a Milano. E soprattutto, voglio ringraziarlo per quello che ha fatto in questi mesi. In quest’anno di presidenza, è stato molto importante il confronto con una Camera autorevole e con un presidente autorevolissimo.

Ho voluto proporre quest’assemblea a Milano perché, in una fase delicata come quella che stiamo vivendo, è importante che il sistema camerale dimostri di stare sui territori e di affiancare le imprese nei territori.

È una tradizione che avevamo, quella di organizzare delle assemblee durante l’anno nelle diverse province del Paese. Ricordo un’Assemblea a Siracusa a
dicembre 2007, alla quale hanno fatto seguito quelle di Brescia, di Torino, di Firenze, di Perugia, di Venezia, fino all’ultima di Genova, a ottobre del 2013. Credo che sia importante riprendere e rafforzare questa tradizione anche per i prossimi appuntamenti.

Vi anticipo che abbiamo deciso in ufficio di presidenza e comitato di tenere la prossima assemblea di ottobre a Rieti, una delle province maggiormente colpite dal sisma che lo scorso 24 agosto ha ferito così profondamente le terre dell’Italia centrale.

Alle vittime di questa sciagura e alle loro famiglie va tutta la mia e la nostra solidarietà! È un dramma che molti di noi hanno direttamente vissuto: ricordo
il terremoto dell’Aquila e quello più recente dell’Emilia, o l’alluvione di Genova. Sono esperienze angoscianti, dopo le quali bisogna trovare la forza di ricostruire e di ripartire.

Recandosi nei comuni colpiti, il Presidente Mattarella ha detto: “Non vi lasceremo soli”. Sono parole che facciamo nostre. La nostra solidarietà non è solo un segno di vicinanza umana ma è fatta anche di aiuti concreti.

Nei prossimi giorni sarò nei Comuni colpiti dal terremoto, insieme ai Presidenti delle Camere di commercio di quei territori, per dimostrare il sostegno del sistema camerale alle persone colpite e agli imprenditori che hanno perduto il frutto di tanti sacrifici.

Numerose Camere si sono già fatte vive per esprimere la loro partecipazione e dare la disponibilità a contribuire alla ripresa delle attività economiche in queste aree.

Lasciatemi dire che sono orgoglioso di appartenere a questo nostro sistema delle Camere di commercio, in cui la solidarietà non è un valore solo proclamato ma è un valore praticato. In Ufficio di Presidenza e in Comitato abbiamo adottato una serie di misure a questo riguardo per facilitare il coordinamento degli aiuti delle Camere e attivato una linea specifica del Fondo perequativo a vantaggio delle economie dei territori coinvolti dal sisma.

Abbiamo fatto conoscere al Governo la nostra disponibilità ad affiancare le imprese in questa fase e nelle successive fasi della ricostruzione. Sono 3.709
le imprese dei 16 comuni terremotati e danno lavoro a oltre 5.000 persone. E sono 670 le imprese di tutti i settori localizzate nei tre comuni maggiormente
colpiti di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto.

Questa Assemblea si colloca in un momento molto delicato, anzitutto per il nostro Paese, oltre che per le Camere di commercio. Lo avvertono i nostri ragazzi, che sono troppo spesso costretti ad andare all’estero per costruire il loro futuro. Lo vedono tante famiglie, che non ce la fanno ad andare avanti.
Lo vedono molte imprese, che devono tirare la cinghia. Dobbiamo lavorare affinché l’Italia torni presto ad essere un Paese di straordinarie opportunità. Nel suo insieme e non solo in alcune aree.

La riforma delle Camere di commercio si colloca in questa fase così delicata.

Il perché della riforma

Il testo di riforma che tutti voi avete letto è stato approvato in prima lettura lo scorso 25 agosto dal Consiglio dei Ministri e tornerà in Consiglio dei Ministri per essere approvato in via definitiva entro novembre.

È un testo, a mio avviso, di grande portata, che restituisce alle Camere di commercio un ruolo e una prospettiva per il futuro. Che pone le Camere al
centro delle politiche per le imprese e per lo sviluppo locale. Ma che, come vedremo, presenta aspetti che devono essere cambiati.

Prima di approfondire i contenuti del testo, lasciatemi ricordare i fatti che ci hanno portato a questa riforma.

Da diverso tempo arrivavano segnali che l’assetto delle Camere aveva bisogno di una revisione, per essere in sintonia con i profondi cambiamenti dell’economia e della società. Basti pensare al ruolo della tecnologia nel nostro mondo. Pensare che vent’anni fa, le più grandi società che oggi operano nel mercato globale – come Google o Facebook – non esistevano o erano delle start-up che lavoravano nei garage.

In questi ultimi anni, alcuni sistemi camerali europei di tipo pubblico hanno affrontato decisive riforme. In Olanda si è passati a una sola Camera nazionale.
In Francia si è realizzata la regionalizzazione del sistema camerale, con la loro riduzione prima a 22 e poi, da gennaio 2017, a 13, con un taglio delle risorse
pubbliche del 30% circa. Le Camere locali sono rimaste come uffici territoriali, passando da 148 a 85. In Spagna, il numero delle Camere è rimasto inalterato
ma il finanziamento è passato da diritti obbligatori a contributi volontari.

Sono restati fuori la Gran Bretagna e i Paesi Scandinavi, perché hanno sistemi camerali privati, e la Germania. Su questo Paese voglio dire qualcosa in più.
Quella tedesca è certamente una realtà molto diversa dalla nostra. Faccio sempre l’esempio della sede dell’Unioncamere tedesca: l’edificio in cui sono
presenti a Berlino gli uffici del DIHK – cioè l’Unioncamere tedesca – ospita anche i sindacati e l’equivalente della nostra Confindustria. Questo da noi
sarebbe impensabile. Però le Camere tedesche sono oggi un soggetto autorevole perché nel tempo hanno saputo rinnovarsi nello svolgimento delle loro funzioni, puntando su temi strategici come mercato del lavoro, formazione duale e internazionalizzazione, ancorando queste funzioni al quadro delle
politiche del Paese e del Governo. Ed è questo il modello al quale dovremmo, in prospettiva, far riferimento.

A un certo punto, dunque, ci siamo resi conto che bisognava raccogliere le sfide e realizzare un profondo cambiamento del sistema camerale. Ricorderete che quattro anni fa, nell’Assemblea di Venezia, è stato discusso un ampio programma di autoriforma. Col quale si voleva soprattutto cercare una maggiore economia di scala dei servizi e, quindi, garantire più efficienza di risposta ai territori, resi più vasti dai processi della globalizzazione. Allora era stato dato mandato a Unioncamere di farsi promotore di questo progetto: gli accorpamenti – sulla base dell’equilibrio economico-finanziario delle singole Camere –, la definizione di una strategia nazionale e il coordinamento rispetto alle posizioni di Governo e Parlamento. Bisogna purtroppo ammettere che a
quella Assemblea non sono seguite significative azioni concrete. E nella nostra inerzia ha avuto gioco facile ad inserirsi il nuovo Governo Renzi.
(…)
Così abbiamo subito in due anni, nel 2014 e nel 2015, ben due provvedimenti che ci condizionano pesantemente.

Ricordo anzitutto il decreto-legge 90 che due anni fa ha tagliato del 50% le risorse delle Camere di commercio, con l’impatto pesantissimo che tutti noi
stiamo sperimentando nella gestione quotidiana delle nostre Camere: oltre 400 milioni in meno ogni anno. Qualcuno ha sostenuto che il taglio del diritto
annuale ha rappresentato la vera riforma delle Camere di commercio e che allora qualcosa in più si poteva e si doveva fare per scongiurare questa scelta.
E poi, ad agosto 2015, è stata approvata la legge 124, che ha stabilito quattro principi:

  • la gratuità delle cariche;
  • l’obbligo di accorpamento fino ad avere 75.000 imprese;
  • la riduzione delle Unioni regionali;
  • la delimitazione delle competenze camerali, evitando le duplicazioni con altri Enti.

Quando mi avete eletto Presidente di Unioncamere, ho trovato il quadro legislativo che vi ho descritto e c’erano rapporti esilissimi – per non dire quasi
inesistenti – col Governo, soprattutto in termini di canali di dialogo.

Molti pensavano che le Camere di commercio fossero enti inutili da ridimensionare. C’era anche un grave problema di comunicazione. Pochi sapevano cosa erano e cosa facevano le Camere. Pochi conoscevano anche le più importanti realizzazioni delle Camere. Ricordo che quando mi capitava di parlare di Registro imprese e di Infocamere molti scoprivano allora, per la prima volta, la ricchezza dei dati del Registro imprese e l’esistenza stessa di Infocamere. E poi le Camere non c’erano mai su nessun tavolo di Governo, quando si parlava di sviluppo e politiche per le imprese. Nulla di strano, quindi, che quando si è trattato di dare attuazione alla delega i primi documenti sono stati terribili.

Nel dicembre scorso, come ricorderete, è circolata una bozza di decreto legislativo che era la conseguenza di questa situazione. Un provvedimento che penalizzava le Camere. Con metà delle risorse e pressoché zero funzioni, le riduceva a uffici del Ministero e toglieva ogni significato alla presenza delle associazioni nei loro organi. La penalizzazione si abbatteva in modo odioso perfino sul personale, indicandone gli esuberi in termini percentuali. Su questa bozza di decreto abbiamo espresso subito la nostra assoluta contrarietà. Era un provvedimento punitivo e inaccettabile, che avrebbe privato le piccole e medie imprese italiane del loro naturale riferimento istituzionale.

Lo facemmo sapere alla presidenza del Consiglio dei Ministri. Anche Renzi non lo riteneva valido e lo ha bloccato, evitando che venisse presentato così
com’era al Consiglio dei Ministri di gennaio. Sarebbe stata praticamente la fine delle Camere di commercio.

Per rimontare questa situazione veramente pesante sono andato a febbraio dal Presidente del Consiglio. Gli ho presentato un nuovo progetto di Camera
di commercio. Ricordo di averglielo illustrato in un lunghissimo colloquio, con delle slides che ho poi fatto vedere in più occasioni ai componenti dei nostri
organi. Il Presidente allora apprezzò molto e su sua indicazione abbiamo avviato un percorso di approfondimento col sottosegretario Nannicini e con
lo staff. Abbiamo fatto emergere una quantità di contenuti e di priorità che ci hanno consentito di ribaltare l’opinione sulle Camere che avevano i nostri interlocutori.

A maggio il cambio al Ministero dello Sviluppo economico, con l’arrivo del Ministro Calenda, ci ha costretto a ripartire daccapo. Del resto, è così con
ogni Ministro nuovo che arriva, con le sue priorità, con le sue visioni, con i suoi giudizi e, talvolta, con qualche pregiudizio. Ancora ieri c’è stata una dichiarazione del Ministro Calenda all’interno di un corso di formazione, ripresa dalle agenzie, con un passaggio sgradevole e ingiusto sulle Camere, definite “sistemi di potere locale”. Mentre il sistema camerale, cari colleghi, da tempo sta facendo uno sforzo importantissimo di innovazione e ha dato un grande contributo a un progetto di riforma ambizioso come quello che è stato formulato in queste settimane. Nella stessa occasione, il Ministro ha lanciato l’idea di programmi condivisi tra Camere e Ministero, finanziati dal Governo. Andrò a trovarlo nei prossimi giorni per correggere certe sue valutazioni e avviare un percorso di lavoro insieme.

Riprendo il filo del discorso e riparto da quelle ultime settimane di luglio, in cui sono girati diversi testi. Abbiamo ricevuto in quei giorni tante telefonate
– e qualche critica – perché questo o quel testo non soddisfaceva. Chi ha avuto esperienza politica nazionale sa bene che, quando si prepara un provvedimento, questo accade spesso, ma nessun testo è quello buono. E ripetevo a tutti: “Tranquilli, siamo dentro la partita. Vedrete, il testo che arriverà nel Consiglio dei Ministri sarà diverso”.

E così è stato. Come sapete, il 23 agosto il Presidente Renzi mi ha convocato d’urgenza per rivedere insieme il testo che sarebbe andato in Consiglio dei Ministri, sapendo che, in diversi passaggi, i pareri di alcuni Ministri non erano del tutto in linea con le nostre aspettative. Nell’incontro abbiamo approfondito
una serie di temi, che il Presidente del Consiglio ha in larga parte condiviso.

Su questa base si è arrivati allo schema di decreto approvato il 25 agosto, che è quello di cui oggi discutiamo.

Ho avuto modo di raccontare più volte i passaggi chiave di questo percorso nelle diverse riunioni degli organi che abbiamo avuto in questi mesi. Qualcuno
ha detto che c’è stata poca comunicazione o poche occasioni per parlare della riforma. Certo, si può sempre fare di più: ma ricordo che da gennaio abbiamo
tenuto, con oggi, ben 3 assemblee, 9 comitati esecutivi e 17 uffici di  presidenza, nei quali chi ha voluto ha potuto discutere della riforma. E abbiamo
recepito tutte le osservazioni ricevute.
(…)
Il profilo di Camera di commercio che viene fuori da questo testo è completamente diverso da quello della bozza di dicembre e decisamente migliore: da ente confinato a gestire residue funzioni certificative, a organismo attivo sui filoni più importanti della politica industriale e del mercato del lavoro; da braccio periferico del Ministero, a ente che riacquista la sua autonomia funzionale; dall’obbligo di chiedere per ogni passo l’autorizzazione al Ministero, a istituzione che dialoga e si raccorda con le Regioni, le Città metropolitane e gli altri enti del territorio.

E poi, i campi di frontiera come il digitale o ricchi di opportunità inesplorate come il turismo e la cultura. E infine – lasciatemelo dire – perché fra tutte la
ritengo una delle cose più importanti: non c’è più traccia dei tagli lineari al personale.

Vorrei ora soffermarmi sui sei capitoli centrali del provvedimento.

1. Primo capitolo: le funzioni

Il decreto, dicevo, conferma il ruolo delle Camere come autonomie funzionali e i loro compiti: svolgono funzioni generali per le imprese e curano lo sviluppo
delle economie locali, cioè fanno promozione.

Il decreto individua una serie di funzioni. Tra queste, alcune sono amministrative: pubblicità legale attraverso il Registro imprese; fascicolo informatico di impresa; punto unico di accesso telematico per le imprese; tutela del consumatore; vigilanza e controllo; regolazione del mercato.

Altre sono funzioni economiche, anche su campi del tutto nuovi.

E qui le parole chiave sono:

  • sostegno alla competitività delle imprese e dei territori;
  • informazione economica;
  • orientamento al lavoro;
  • supporto all’incontro domanda-offerta di lavoro, soprattutto giovanile, accanto al sistema universitario;
  • creazione d’impresa e start-up innovative;
  • promozione delle infrastrutture;
  • valorizzazione della cultura e del turismo;
  • supporto alle imprese sul versante internazionale, non solo sotto il profilo dei servizi reali ma anche dei servizi finanziari, in raccordo con la Cassa Depositi e Prestiti. Che è un campo per noi tutto nuovo ma strategico per le imprese, anche per quelle più piccole.

Poi ancora: il supporto all’economia digitale; la tracciabilità delle imprese e dei prodotti, che è la vera frontiera del Made in Italy; i servizi di giustizia
alternativa.

E, da ultimo, assistenza alle imprese in regime di mercato. Questa è una novità molto importante, che ci allinea con i sistemi camerali europei più avanzati
e grazie alla quale potremo intervenire in campi nuovi e senza sovrapporci alle attività delle associazioni: nell’organizzazione di servizi digitali di impresa come nella gestione di spazi espositivi.
(…)

2. Secondo capitolo: gli accordi con le Regioni

Il decreto apre un altro capitolo molto importante che dobbiamo cogliere: la possibilità di realizzare accordi e convenzioni con le Regioni, con i Ministeri,
con le Università, con le associazioni di categoria, con gli ordini professionali, con singoli soggetti privati.

Guardate, qui c’è un passaggio chiave da cogliere. Con la soppressione delle Province, le Camere di commercio restano l’unica istituzione presente per la gestione economica ed amministrativa di aree vaste, per tutte le attività di impresa. Questo è un punto di forza straordinario delle Camere. Noi abbiamo
il raccordo con le imprese e i territori. E, se lavoreremo bene, diventeremo imprescindibili in ogni futuro processo di riorganizzazione territoriale. E per
questo era fondamentale la possibilità di accordi, intese, convenzioni con le Regioni. Ricordo che nelle prime versioni questa possibilità non c’era proprio e
l’abbiamo fatta inserire.

Con le Regioni dovremo costruire insieme ancora molto. Soprattutto sul terreno della promozione. Ne ho parlato in più occasioni, anche con il presidente della Conferenza delle Regioni. Perciò abbiamo insistito che rimanessero le Unioni regionali, anche se a determinate condizioni: in primo luogo, almeno 3 Camere nella stessa regione.

3. Terzo capitolo: le Camere come ultimo miglio delle imprese

Con questo decreto le Camere sono le amministrazioni pubbliche davvero più vicine alle imprese, specialmente a quelle più piccole. Come ha scritto Carlo Alberto Carnevale-Maffè in un bellissimo articolo pieno di spunti e che vi invito a leggere, possiamo essere “hub” digitali di servizi per le imprese. Punti di contatto che – per via telematica – portano in casa delle Pmi i servizi delle Camere di commercio e delle altre pubbliche amministrazioni.

Chi può aiutare le piccole imprese a partecipare alle gare pubbliche? Chi può assistere le piccole imprese ad accedere ai fondi europei? Chi può aiutare
a tarare l’offerta dei confidi sui bisogni delle micro e piccole imprese? Questo possono fare le Camere. E lo stanno già facendo.

In questi mesi abbiamo chiuso un accordo con l’Agenzia per la Coesione per i fondi europei e un altro con la Consip sulle gare comunitarie. E con la nuova
legge quadro sui Confidi dovremo fare la valutazione d’impatto dei sistemi di garanzia.

E ricordo pure l’accordo siglato con l’Anci per realizzare gli Sportelli Unici in tutti i Comuni. E l’accordo con l’Agid per l’Agenda Digitale.

4. Quarto capitolo: premialità e solidarietà

Un altro grande elemento di novità del decreto è il concetto di premialità. Si struttura, in sostanza, un meccanismo di “accountability”, attraverso l’istituzione di un Comitato indipendente di valutazione delle nostre performance, per riconoscere le fasce di eccellenza del sistema.

È un tema molto sfidante e anche molto innovativo nella pubblica amministrazione. Lo stesso fondo perequativo allarga le sue finalità e cambia nome, diventando “Fondo di perequazione, sviluppo e premialità”.

Premialità e solidarietà sono due concetti che si tengono. Perché la solidarietà, senza la premialità, sarebbe pura redistribuzione.

5. Quinto capitolo: gli accorpamenti

Il processo si è messo in moto e abbiamo oggi 6 nuove Camere di commercio accorpate:

  1. Venezia-Rovigo Delta lagunare;
  2. Molise;
  3. Riviere di Liguria;
  4. Treviso-Belluno;
  5. Biella e Vercelli;
  6. Maremma e Tirreno.

E altre 20 Camere hanno già deliberato di farlo. Le ultime, in ordine di tempo, sono Milano, Monza e Lodi: la Camera alla quale daranno vita sarà, con Parigi,
la Camera più grande d’Europa.

Il decreto, come sapete, rende obbligatori gli accorpamenti per raggiungere la soglia delle 60 Camere con almeno 75.000 imprese, secondo i criteri che
voi conoscete. Qui rivendico un risultato importante. Abbiamo più volte ribadito che l’accorpamento non può diventare una minore presenza sul territorio. Per questo ci siamo battuti fino all’ultimo perché il Consiglio dei Ministri togliesse, come ha fatto, la parola soppressione quando si parla di sedi
secondarie!

Per arrivare agli accorpamenti dovremo redigere insieme un piano, che curerà l’Unioncamere e che dovrà essere portato al Ministero entro il 30 giugno del
2017, in modo che il Ministro possa approvarlo nei mesi successivi. Sarà l’impegno più delicato e rilevante dei prossimi mesi.

Con l’accorpamento delle Camere dovremo anche riordinare le aziende speciali. Oggi sono più di 100: obiettivamente, un numero così alto è ingiustificato per avere servizi più efficienti, di maggior qualità e a minor costo. Dovremo perciò riorganizzarle secondo i diversi tipi di funzione e tenendo conto dei territori.

6. Sesto capitolo: il personale

Infine, il capitolo del personale. In questi mesi c’è stata ovviamente una comprensibile preoccupazione tra i dipendenti legata al loro futuro e a quello delle Camere di commercio. Io ho scorto dietro questa loro preoccupazione anche un’affezione all’istituzione e un segno di dedizione al lavoro che fanno. Guardate, non ci sono in giro molti enti che abbiano dipendenti motivati, preparati, dedicati come quelli delle Camere. Questo va detto, perché non si tratta di una questione che possiamo vedere solo con gli occhi delle relazioni industriali, ma a partire da una gratitudine per il lavoro svolto da 8.500 persone delle Camere, delle unioni regionali e delle aziende speciali che ci hanno consentito e ci consentono di fare un servizio importantissimo per le imprese e i territori.

Per questo ci siamo impegnati con più forza che su ogni altro punto per evitare l’ipotesi di tagli lineari e di riduzioni del personale. Ora nel decreto si parla solo di riorganizzazione e sarà l’Unioncamere a dover presentare un piano. E le singole Camere di commercio dovranno dare indicazioni per la redazione
di tale piano.

Sugli strumenti per gestire questa riorganizzazione, il confronto con i Ministeri è tuttora in corso, anche perché il Governo – come è noto – sta approfondendo più in generale la questione dell’anticipo delle pensioni, in vista del prossimo disegno di legge di Stabilità. Le soluzione che verranno trovate saranno tutte discusse con i sindacati, come abbiamo già informalmente iniziato a fare in questi mesi, perché una buona riorganizzazione di un sistema cruciale dell’economia come il nostro, è una questione generale che interessa tutti.

Su questo compito della riorganizzazione saremo impegnati soprattutto con i segretari generali, che vedo oggi in molti. Dobbiamo lavorare insieme!

Gli altri temi

Questo è, per sommi capi, il contenuto del decreto. Ci sono tante altre novità che non vi illustro. Ne richiamo solo una: il Registro delle imprese, che è la vera dorsale di tutti i dati nazionali sul nostro tessuto produttivo, dalle enormi potenzialità non tutte già esplorate come per l’universo dei Big Data. Anche
qui è intervenuto il decreto, prevedendo l’allineamento degli uffici del Registro ai Tribunali delle imprese.

Le questioni aperte: le entrate. Il decreto, lo ribadisco, ha appena iniziato il suo iter. Noi lavoreremo per segnalare una serie di aspetti che possono essere
migliorati. Ci sono, però, due questioni sulle quali dovremo intervenire.

Uno è il tema delle entrate e l’altro è quello della gratuità.

Riguardo al primo, riteniamo che il decreto debba essere modificato. E su questo, abbiamo tre proposte.

La prima: la possibilità di aumentare la misura del diritto annuale per le Camere che lavorano bene, sulla base delle verifiche fatte dal Comitato sulle nostre
performance e sulla base di nuovi programmi.

La seconda: prevedere che – a fronte di piani condivisi con le Regioni – le Camere possono aumentare il diritto annuale fino al 20%.

La terza: eliminare l’obbligo dei versamenti delle leggi taglia-spese. Quasi 40 milioni di euro versati ogni anno al Tesoro, anche se il diritto annuale si è
ridotto della metà!

Le questioni aperte: la gratuità.

L’altro tema che dobbiamo assolutamente risolvere è quello della gratuità degli incarichi. Abolire ogni emolumento è non solo profondamente ingiusto
ma, secondo me, anche incostituzionale.

Pure su questo tema i giochi erano già stati chiusi un anno fa. Bisognerà riaffrontare la questione ma, come sapete, il tema non può essere risolto da
questo decreto perché non può andare contro la legge delega. Ci vuole un’altra e diversa legge.

Ho posto la questione al Presidente del Consiglio l’ultima volta che ci siamo visti e vi confido che l’ho trovato aperto su questo punto. Stiamo cercando di
individuare il provvedimento con cui intervenire, ma vi dico che per avere successo dobbiamo muoverci con attenzione. Il chiacchiericcio non ci aiuta.

Iter e tempi.

Questi sono i punti del provvedimento.
Il decreto seguirà ora un iter preciso. Il percorso riguarda tre realtà: il Consiglio di Stato, la Conferenza Stato-Regioni e il Parlamento.

Iter riforma Camere Commercio

Cominciamo nell’ordine. Il Consiglio di Stato darà un parere sugli aspetti giuridici e di legittimità entro i primi di ottobre.

La conferenza Stato-Regioni ha iniziato il suo percorso con una riunione tecnica proprio ieri e lo concluderà entro il 29 settembre. Come sapete, noi abbiamo fatto subito avere alcune nostre osservazioni alle Regioni e ieri so che le Regioni, sia pure in sede tecnica, hanno sollevato il tema del finanziamento e del 20%.

Quanto poi all’iter parlamentare, il parere sul decreto è stato già calendarizzato dalle Commissioni 1a, 5a e 10a di Camera e Senato e deve essere reso entro la fine di ottobre. Per questo passaggio, stiamo preparando un dossier con le nostre valutazioni e pensiamo di farlo avere a tutti nei prossimi giorni.

È assolutamente importante che ci si muova con ordine anche nei confronti dei parlamentari. Perciò ringrazio i colleghi che hanno già dato disponibilità
a rendersi parte attiva per far presente questi temi, ma chiedo fin da ora a tutti voi di raccordarsi con Unioncamere, per evitare che al Parlamento arrivi una
pluralità di richieste diverse o, peggio, contraddittorie. Ho proposto all’Ufficio di presidenza che in questo periodo ci si riunisca con maggiore frequenza, così
da seguire i diversi passaggi dell’iter della riforma.

Conclusioni

Vi ho detto che questo decreto è l’inizio di un percorso di riforma. Non solo perché l’iter è ancora lungo prima di arrivare all’approvazione definitiva ma
soprattutto perché, con questo decreto, le Camere possono presentarsi nuovamente anche davanti alle imprese e all’opinione pubblica con una mission moderna e innovativa, con un mandato chiaro da parte del Governo e, finalmente, con una prospettiva di futuro!

Qui vi ripeto una cosa. La cosa peggiore sarebbe stata che la delega fosse decaduta e che il decreto non si fosse fatto. Saremmo rimasti soltanto con la norma sul taglio del 50%, impantanati in mezzo al guado e senza una nuova legittimazione. E qualcuno si sarebbe sempre potuto svegliare e dire “Chiudiamo le Camere di commercio!”. Con lo schema di riforma, oggi questo è scongiurato. Riusciremo a mettere in sicurezza e a riaccreditare il sistema delle Camere di commercio sui nuovi filoni delle politiche per le imprese.

I processi di accorpamento del sistema camerale

Dobbiamo lavorare da subito per dare contenuti al nostro nuovo ruolo.

Vi segnalo allora quattro filoni sui quali ci stiamo già muovendo in questi mesi.

Il primo.

  • Dobbiamo ridefinire in maniera più efficiente e sviluppare i servizi che oggi offriamo. E dobbiamo soprattutto attrezzarci per far partire quelli che riguardano i nuovi temi di frontiera: mercato del lavoro, internazionalizzazione, digitale, cultura e turismo, qualificazione aziendale.

Il secondo.

  • Dobbiamo raccordarci di più con le Regioni e col Governo, trovando ulteriori strumenti finanziari per le nostre attività: fondi europei, programmi regionali, programmi Cipe.

Il terzo.

  • Occorre dare al nostro lavoro una prospettiva sempre più integrata a livello europeo. Nelle scorse settimane abbiamo avviato con le Camere tedesche
    un grande programma che mira a costruire una piattaforma condivisa di servizi per le imprese dei due Paesi e che, in prospettiva, potrà allargarsi anche
    agli altri sistemi camerali pubblici di Francia e Austria.

Il quarto.

  • Un grande e articolato programma di formazione del personale camerale. Dobbiamo riqualificare il personale per le nuove funzioni. Dobbiamo far capire
    alle nostre qualificate risorse umane che le Camere scommettono su di loro e che anche loro possono scommettere sulle Camere per fondare la loro crescita professionale futura!

Voglio poi fare un’osservazione di metodo, che è molto importante. Credo che questa nuova fase della vita delle Camere di commercio richieda un’ampia condivisione delle strategie. Penso a nuove modalità per riflettere tutti insieme, e già entro la fine di quest’anno potremo organizzare un primo seminario.

Chiudo dicendovi che sono profondamente convinto che le Camere daranno un contributo importante a questo grande Paese. Il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, in un suo recente scritto, dice che non possiamo esser costretti a scegliere tra efficienza ed equità. Dobbiamo sceglierle entrambe, se vorremo perseguire l’obiettivo di uno sviluppo reale e duraturo.

di Ivan Lo Bello
Segretario Unioncamere