Approvata la riforma degli enti camerali. Luci ed ombre sul decreto entrato in vigore dal 10 dicembre

Lo scorso 25 novembre il Governo ha approvato nella sua versione definitiva, in attuazione dell’art. 10 della riforma Madìa, il testo del d.lgs. n. 219 sulle Camere di commercio.

Nell’Inserto che pubblichiamo in questo numero della rivista e in altri articoli diamo conto, attraverso una serie di interventi, del significato della riforma e delle funzioni camerali.

Non avremo solamente la pubblicità legale attraverso la tenuta del Registro delle imprese e gli Albi ma anche nuove attività sul “fascicolo delle imprese”, l’alternanza scuola-lavoro per facilitare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, il convenzionamento con altri soggetti pubblici e privati per favorire
lo sviluppo economico, la partecipazione a società che gestiscono infrastrutture di interesse generale, la valorizzazione del patrimonio culturale locale e la promozione del turismo, ecc..

Gli Enti camerali dagli attuali 105 passeranno a 60 dal momento che ogni ente dovrà avere iscritte almeno 75.000 imprese. Già alcuni processi di fusione sono stati effettuati e altri verranno definiti, attraverso un piano che sarà coordinato da Unioncamere nazionale e portato a conclusione nel giro di 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto.

Successivamente sarà il Ministero dello sviluppo economico (Mise) che entro due mesi emanerà i decreti relativi agli accorpamenti. Si ridurranno gli oneri a carico delle imprese e verranno azzerati i compensi previsti per gli organi camerali. Il d.lgs. n. 219 prevede forme facoltative di iscrizione alle Unioni regionali e una serie di accorpamenti che andranno ad interessare anche le aziende speciali al fine di razionalizzarle e ridimensionarle.

Tutto bene allora in questo processo di rinnovamento che sta interessando l’intero “sistema camerale”? Si tratta di una riforma importante che avvantaggerà le imprese ubicate nel nostro territorio? Anche se cogliamo lo spirito che ha animato la riforma, inserito nel più ampio contesto di rinnovamento della PA, è lecito nutrire alcuni dubbi sulle misure messe in campo in quanto:

  • non si sono tenute in considerazione le osservazioni formulate dal Consiglio di Stato, dalla Conferenza Stato-Regioni e dalle diverse commissioni parlamentari che avevano effettuato proposte migliorative al testo normativo presentato dal Governo rivedendo alcune norme di dubbia costituzionalità;
  • i risparmi ottenuti non corrispondendo più gettoni di presenza agli amministratori (le cui responsabilità rimangono) sono modesti;
  • anche a causa della mancanza di fondi gli enti camerali dovranno ridimensionare o chiudere le loro sedi e non saranno più sul territorio quali
    riferimento che nel corso degli anni ha affiancato le imprese;
  • viene ribadito che fra le funzioni vi è la promozione, ma gli enti non avranno a loro disposizione risorse sufficienti per sostenere i confidi,
    l’innovazione ed aiutare le imprese che intendono promuovere all’estero i loro prodotti;
  • da ultimo si osserva che su tutti gli atti più importanti è necessario ottenere il preventivo assenso del Mise, e si torna di fatto ad un modello
    fortemente accentrato che era vigente prima del 1993. Quest’ultimo aspetto va a sommarsi al ruolo più incisivo che sarà giocato dagli Enti camerali delle città capoluogo di regione, che non sempre si sono rivelate essere efficienti e inclusive.

Ecco perché riteniamo importante migliorare il testo normativo appena pubblicato, al fine di non affossare un sistema fortemente informatizzato e sempre interessato allo sviluppo economico del proprio territorio.

 

di Giorgio Guberti,
vicepresidente della Camera di commercio di Ravenna